“Il grande animale”, Gabriele di Fronzo

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Il grande animaleCome scrivere una recensione di un libro così pungente? Questa è stata la domanda che mi sono posta alla fine della lettura de “Il grande animale“.  La risposta più semplice che mi è balenata alla mente è stata che forse avrei potuto non scrivere nulla e lasciare che le mie sensazioni rimanessero inespresse. Tuttavia, in un remoto angolino di me c’era un richiamo insistente: “Il grande animale” andava affrontato! E quindi eccomi qui a tentare di mettere in ordine le idee.

Gabriele di Fronzo, giovane scrittore esordiente, ha scritto un libro di straordinaria sottigliezza. Sottile non è soltanto il numero di pagine (poco più di centocinquanta) ma anche e soprattutto la cura con la quale il romanzo è stato pensato. Questo romanzo, che non ha una vera e propria trama, se non quella interiore del protagonista, è una raccolta di pensieri e suggestioni su temi complessi.

Il protagonista, Francesco Colloneve, è un giovane uomo che di mestiere fa il tassidermista: in altre parole, si occupa di imbalsamare animali morti. La sua insolita professione ha su di lui un potere quasi calmante tanto da divenire quasi un abito da tenere indosso come protezione dagli urti della vita.

Si è di molto spiazzati (e forse anche un po’ infastiditi) nel leggere le procedure e le tecniche necessarie per impagliare gli animali. Tutto è descritto con una certa minuzia di dettagli e buona parte del libro sembra quasi una spiegazione tecnica fine a se stessa. Ma se si ha la pazienza di attendere che la perplessità passi, si verrà ripagati da un guadagno certamente più elevato: la comprensione attenta che la freddezza di un imbalsamatore nasconde in realtà picchi di calore inaspettati.

Sembra un po’ un’incoerenza, ma forse tutto il romanzo è un susseguirsi di elementi in contrapposizione: la distanza e la vicinanza, il vuoto e il pieno, la giovinezza e la vecchiaia, l’amore e l’odio, la memoria e l’oblio, la vita e la morte.

Francesco Colloneve non è soltanto un tassidermista. Francesco è anche figlio. E quando deve occuparsi del padre anziano e malato, è costretto a fare i conti con l’implacabilità dei sentimenti che lo legano a lui. Così, ai momenti trascorsi in laboratorio, si alternano quelli trascorsi nella casa paterna ad accudire un uomo che sfiorisce e forse anche a prendersi cura di un rapporto tormentato e controverso.

Il romanzo ha un epilogo che io certamente non intendo svelare; lascio a chiunque la possibilità di soddisfare la propria curiosità in piena autonomia.

Dovete sapere, però, che questo libro vi lascerà senza fiato e anche un po’ intontiti e forse vi chiederete quale sia il significato di quello che avete letto. Ma il bello di questo romanzo risiede proprio in questo! Questa lettura costringe a ricercare il senso intimo delle parole, a indagare il valore di una scrittura così secca e asciutta, dalla tonalità quasi incolore, che condensa al suo interno tutto lo sbigottimento che investe l’uomo di fronte al dolore e al vuoto della vita.

Forse non è un libro adatto a tutti. Non è affatto una lettura leggera e poco impegnativa. Forse non è nemmeno un romanzo da leggere prima di andare a dormire, tanto è l’effetto di turbamento che produce. Tuttavia, è un libro che vale la pena di leggere, e forse anche rileggere per una seconda e terza volta, se non altro per cogliere la pienezza eterna che questo vuoto così spaventoso racchiude in sé.

 

 

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