“Lacci”, Domenico Starnone

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IMG_6082L’ho desiderato, l’ho aspettato, l’ho scelto, l’ho amato e l’ho odiato. E alla fine di nuovo amato. “Lacci” di Domenico Starnone è un libro chiacchieratissimo. Ha sempre ricevuto recensioni positive e la mia non sarà da meno.

Della mia libreria fanno parte altri romanzi dello scrittore, alcuni li ho già letti, altri no. In generale, mi piace il suo stile e le storie spesso comuni non scadono mai nella banalità ma sono sempre narrate con una certa originalità. Quest’ultimo romanzo, devo ammettere, è stato uno dei miei acquisti più attesi dell’ultimo periodo e non appena qualche settimana fa ne è uscita l’edizione economica, mi sono fiondata subito a comprare la mia copia. Una volta giunto a casa, il libro non è riuscito nemmeno a sostare sullo scaffale della libreria a far la conoscenza degli altri “colleghi”, ma è finito dritto dritto sul mio comodino pronto ad offrirmi le sue parole.

E devo ammettere che il signor Starnone è proprio bravo con le parole. Bravo a metterle in fila con gusto, bravo a usarle da nascondiglio per significati inaspettati, bravo a renderle strumento efficace sulla bocca dei suoi personaggi.

E qui di personaggi ce ne sono un bel po’! Vanda, Aldo, Sandro e Anna sono i componenti di una famiglia italiana di cui seguiamo le vicende per oltre quarant’anni attraverso lettere, pensieri, riflessioni, flashback e incontri che ci rivelano passo dopo passo tutte le incrinature e le fragilità di un legame familiare sempre in bilico.

Il romanzo si apre con le lettere di Vanda al marito Aldo. Uno sfogo disperato e coinvolgente che la donna rivolge al marito in seguito alla confessione dell’uomo di frequentare un’altra donna. Dal monologo di Vanda, espresso con un ritmo trascinante e magnetico, emerge tutta la debolezza di una donna/moglie/madre che non regge al timore dell’abbandono e si lascia poco per volta schiacciare dalla sofferenza e dalla convinzione che perdere il marito significa anche perdere se stessa.

Mentre si leggono queste lettere, si intuiscono le risposte di Aldo, ma non si leggeranno mai anche le lettere scritte di suo pugno. Domenico Starnone ci fornirà informazioni attraverso altri espedienti diluiti nello scorrere del tempo, riuscendo così a costruire un romanzo denso e pregno di stati d’animo e sentimenti.

Quello che conta è che nell’intreccio, abilmente costruito dallo scrittore, non sfugge mai al lettore il punto di vista dei vari protagonisti: insieme al rapporto di coppia tra Vanda e Aldo, prende corpo anche il rapporto genitori/figli, carico anch’esso di rancori e dispiaceri mai sopiti. Sembra quasi che si voglia a tutti i costi trovare un responsabile per questi fallimenti. Ma siamo certi che se ne possa individuare uno soltanto?

Ho amato questo libro, ma a tratti anche odiato perché ho scorto in esso una profonda durezza e un cinismo forse troppo accentuato per i miei gusti. In alcuni casi mi sono sentita prendere da un certo fastidio per le parole pronunciate da Vanda e da Aldo, o per il comportamento dei loro figli. Tuttavia, riconosco che tali aspetti non sono altro che le conseguenze di quei “Lacci” stretti e indissolubili che i protagonisti del libro sentono di avere avvolto intorno a sé.

Domenico Starnone descrive questi “Lacci”, scava nei rapporti familiari, li analizza sotto la lente di un microscopio e li scompone nei suoi vari elementi critici: la mancanza di dialogo, il senso di malessere individuale che crea crepe nei rapporti interpersonali, un mancato senso di libertà nell’espressione del proprio sentire. Tutto questo genera circostanze complesse, difficili da superare indenni. I “Lacci”, simbolo del senso di continuità, dell’appartenenza a un legame familiare, diventano catene a maglie strette che tracciano ferite indelebili nell’animo.

Da leggere… anche solo per accorgersi che il senso di libertà, derivante dalla scelta coraggiosa di parlare sempre con  sincerità, va protetto ad ogni costo. Il rischio è che rimanga da qualche parte imbrigliato per sempre.

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